ILVA e l’inquinamento. Un diverso punto di vista.

Certamente parlare di industria pesante, oggi, in Italia come in qualsiasi altro paese economicamente avanzato, suona alle orecchie della maggioranza degli ascoltatori decisamente arcaico. Il termine richiama alla mente i piani quinquennali sovietici dei primi anni dopo la rivoluzione, mentre il concetto stesso trasmette sensazioni che mettono quasi a disagio: si immaginano operai che lavorano in condizioni disagiate, pesanti impatti ambientali, processi industriali macchinosi e tecnologicamente grezzi. Come spesso accade , però, tra l’immaginazione e la realtà la distanza non è poca, e tale iconografia risulta inesorabilmente datata. Senza trascurare che per tutto il XX secolo, l’industria pesante, e la siderurgia in primis, è stato uno degli indicatori usati per misurare la ricchezza e il grado di sviluppo di un Paese (in parte lo è ancor oggi, Cina e India insegnano…). Parlando di acciaio e acciaierie, inoltre, non bisogna cadere nell’errore di guardare al passato con gli occhi di oggi. L’opinione pubblica è ormai largamente orientata (giustamente, peraltro) a percepire problematiche, dalla sicurezza all’ambiente, con un grado di tolleranza di alcuni ordini di grandezza inferiore a quanto accadeva solo qualche decina di anni fa.

Un esempio personale, tra i tanti possibili: la vettura su cui chi scrive ha imparato a guidare (e vi assicuro che non sono Matusalemme) oggi farebbe inorridire qualsiasi commissione di omologazione, in termini di sicurezza all’urto, protezione dei passeggeri, consumi e inquinamento. Eppure io, e con me milioni di altri, ci andavamo in giro tranquillamente, senza per questo sentirci assassini dell’ambiente, più o meno consci che quella era la tecnologia all’epoca.

Altro esempio: a Milano, là dove ora sorge l’Università IULM, fino agli anni ’80 era attiva una fonderia (http://www.vedanimetalli.it/ita/1_solid.html). Pensare a un impianto del genere in una zona semicentrale del capoluogo lombardo oggi sembra impossibile, ma per trent’anni la sua sirena aveva scandito le vite degli operai e del quartiere circostante. Se riportiamo il tutto nella corretta prospettiva storica, allora, si spiega facilmente perché certi impianti siderurgici, al tempo della loro costruzione, vennero più che ben accolti dalle comunità locali, tra loro non di rado impegnate in una lotta “senza esclusione di colpi” per essere le prescelte. E non stiamo parlando solo del dopoguerra: ancora negli anni ’70, la localizzazione del Quinto Centro Siderurgico (poi non realizzato causa crisi) a Gioia Tauro induceva gli emigrati calabresi a scrivere al sindaco del luogo per sapere “quando sarebbero potuti tornare a lavorare a casa loro” (http://www.archiviolastampa.it/component/option,com_lastampa/task,search/action,viewer/Itemid,3/page,0008/articleid,0138_01_1971_0192_0008_4781177/).

L’acciaio, sotto l’egida dell’Italsider, era allora visto soprattutto come fonte di posti di lavoro e di progresso economico. E si trattava di impianti che, causa arretratezze tecnologiche e minore sensibilità alle tematiche ambientali, avevano un impatto sul territorio e sui suoi abitanti enormemente superiore all’attuale. Di qui, paradossalmente, nasce “la maledizione dei sopravvenienti”.

L’inquinamento agisce in tempi lunghi, che talora si misurano in parecchi decenni, ma l’acciaio “pubblico” non c’è più – dissoltosi alla metà degli anni ’90 – mentre i privati che hanno rilevato gli impianti sopportano il biasimo per le conseguenze di azioni di cui spesso non sono responsabili. Ma anche sotto tale profilo le vicende si possono sviluppare in maniera divergente.

Il caso Ilva

Prendiamo il caso emblematico dell’Ilva Taranto. Il Gruppo Riva l’ha rilevata nel 1995 e da allora ha investito pesantemente sia sulla riduzione dell’impatto ambientale (oltre un miliardo di euro http://www.ilvataranto.com/ambiente.asp) sia sul continuo miglioramento della sicurezza sul lavoro (infortuni dimezzati nel 2010 rispetto a cinque anni prima http://www.ilvataranto.com/pdf/Rapporto_Sicurezza_2010.pdf). Ovviamente ancora molto si può fare, ma la strada imboccata sembra quella giusta, nonostante le organizzazioni ambientalistiche ne abbiamo fatto un bersaglio d’elezione. Tiro al bersaglio che invece è quasi assente, in proporzione, verso un altro pezzo della Finsider privatizzata: le Acciaierie di Piombino, passate primo al Gruppo Lucchini, poi ai russi della Severstal, per finire poi nel limbo del venture capital.

Qui le preoccupazioni sono di tutt’altra genere: riguardano gli investimenti, l’occupazione, (http://www.eurosiderscalo.com/it/archivio-news/607-lucchini-slitta-al-30-giugno-lincontro-per-la-ristrutturazione-del-debito), addirittura si difende l’area a caldo (http://iltirreno.gelocal.it/piombino/cronaca/2011/06/06/news/lucchini-a-rischio-la-sopravvivenza-della-fabbrica-4383920), autentica “bestia nera” degli ambientalisti.

Pare quasi che istituzioni, sindacati e società civile “si stringano a coorte” a prescindere intorno a un’azienda pericolante, mentre hanno ben poche remore a mettere in difficoltà imprese che, pur tra indubbie difficoltà e limiti, assolvono al loro compito istituzionale di produttrici di ricchezza.


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